TESTIMONIANZA DALL’ARCIPELAGO GULAG

Le torture sono inflitte a chi tenta di scappare o a chi danneggia le strutture del gulag: «I torturati rimangono da tre a sei mesi nelle stanze del terrore, prigioni nelle prigioni dove vengono bastonati, sottoposti a “trattamento elettrico”». Poi ci sono le esecuzioni: «A finire davanti al plotone sono coloro che tentano di fuggire o chi fa morire una mucca». Non certo per motivi religiosi piuttosto perché è considerata lo strumento di produzione più importante per l’economia del Paese, farla morire, anche senza colpa, equivale a compiere un attentato ai danni dello Stato. La fucilazione avviene in pubblico per dare l’esempio: tre soldati per plotone, tre colpi ognuno, «per essere sicuri della riuscita».

Nel caso una detenuta rimanga incinta invece, dipende chi è il padre: se è un altro prigioniero c’è l’esecuzione di entrambi, se è una guardia, questa viene allontanata dal campo e la donna costretta ad abortire. Ci sono anche gli esperimenti come quelli dei nazisti: «Io non ne ho visto – spiega Ahn – ma miei colleghi me lo hanno confermato, erano sconvolti». Il lavoro nei gulag gli era stato offerto visto che il padre era un funzionario del governo e quindi faceva parte dell’élite: «Un privilegio che non potevo rifiutare».
Ma quando il padre ha criticato le politiche di distribuzione del cibo di Pyongyan, il regime non ha esitato a internarlo e con lui tutta la famiglia. Così Ahn si è ritrovato prigioniero nello stesso Campo 22. Da lì è scappato attraversando il fiume Duman che separa la Corea del Nord dalla Cina: «Ho guadato per ore, è stato il momento in cui pensavo di morire».
E invece ce l’ha fatta e con l’aiuto di alcuni anziani di origini coreane si è rifugiato a Seul. Oggi lavora per un’organizzazione che si occupa dei sopravvissuti dei kwalliso, non ha notizie dei familiari e rivive quegli anni negli incubi delle tenebre. Spiega che Kim Jong-un, è troppo giovane e risponde allo scarso sostegno anche da parte dei militari con il terrore: «Ha trasformato tutti i campi in «total control zone», mettendo di fatto una scritta sui cancelli di ingresso: «Lasciate ogni speranza voi ch’entrate»….

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