LA STRAGE DELLE OFFICINE REGGIANE

IN RICORDO DI TUTTI GLI OPERAI UCCISI (E DEL BIMBO CHE DOMENICA PORTAVA IN GREMBO)

Di Fabio Casalini

Le Officine Meccaniche Italiane S.A. note come Officine Meccaniche Reggiane, erano un’azienda nata all’inizio del Novecento, fondata esattamente a Reggio Emilia nell’agosto del 1901 per merito dell’ingegner Romano Righi, per la produzione ferroviaria e di proiettili d’artiglieria.Divenne famosa sul finire degli anni trenta per la produzione d’aerei da caccia quando il conte Giovanni Caproni, intuendo il buon momento per il riarmo fascista, acquisì il pacchetto di maggioranza. Malgrado l’azienda fosse sottoposta ad un rigido controllo da parte del regime, poiché ritenuta strategica sul piano militare, nella fabbrica lavoravano molti elementi antifascisti.Fino al 25 luglio del 1943, l’opposizione al regime si limitò alla circolazione di volantini e al disegno di falci e martello sui macchinari.Una blanda propaganda. Il 28 luglio dello stesso anno gli operai diedero vita ad una manifestazione, in palese contrasto con le disposizioni ferree firmate da Badoglio, per chiedere la fine della guerra. Stavano uscendo in migliaia dal cancello dello stabilimento quando un distaccamento di bersaglieri aprì il fuoco contro di loro.La dinamica è tuttora dubbia: pare che l’ufficiale abbia udito spari – forse delle guardie private della fabbrica – ed abbia perso il controllo della situazione.Certa è invece la conta dei caduti: nove.Gli operai procedevano pacificamente, e disarmati, verso il distaccamento dei bersaglieri quando furono crivellati dai colpi.Tra i caduti otto uomini: Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Eugenio Fava, Nello Ferretti, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Angelo Tanzi.La nona vittima, freddata dai bersaglieri e dalle guardie dell’azienda, era una donna: Domenica Secchi.Domenica non era sola.Era incinta, all’ottavo mese di gravidanza.Domenica fu donna doppiamente coraggiosa: da una parte fare figli durante la guerra è un atto eroico e dall’altra presentarsi davanti ai soldati con i fucili spianati per chiedere la pace è un atteggiamento che poche persone avrebbero tenuto.Quali furono le motivazioni, se esistono, che portarono all’eccidio?I bersaglieri e le guardie giurate eseguirono zelantemente l’ordine emanato dal generale Mario Roatta, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, il 26 luglio “ … qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo e di qualsiasi tinta costituisce tradimento; poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue [versati in seguito]; i reparti… procedano in formazione da combattimento e si apra il fuoco a distanza anche con mortai ed artiglierie senza preavvisi di sorta, come procedessero contro truppe nemiche; non è ammesso il tiro in aria, si tiri sempre a colpire come in combattimento… chiunque compia atti di violenza e di ribellione … venga immediatamente passato per le armi”. Quando in città si sparse la notizia della strage vi furono manifestazioni e scioperi spontanei di protesta.Anche nelle fabbriche di Modena vi furono scioperi spontanei. Gli operai delle Officine Meccaniche Reggiane tornarono a protestare il giorno successivo l’eccidio dei nove operai.Nei mesi successivi, diversi esponenti dell’azienda contribuirono alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale, con la partecipazione di operai e dirigenti.Il 31 agosto del 1945, il direttore delle Officine Reggiane, ingegner Arnaldo Vischi, pur avendo ottenuto il benestare sul proseguimento del suo incarico da parte del Comitato di Liberazione Nazionale, fu ucciso da un commando d’ex-partigiani già dipendenti dell’azienda.

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