L’Italia della ‘decrescita felice’ ci ha spinto tra le braccia di Putin

L’Italia si affacciava agli anni Duemila con estrazioni di gas pari a una media di 20 miliardi di metri cubi all’anno. Nel 2021, eravamo scesi a 3,34 miliardi. Ovunque, le trivelle sono state fermate dalle proteste di associazioni, sindaci e governatori. La Regione Emilia-Romagna è arrivata a “scoprire” il legame tra estrazioni di gas e terremoti. In Puglia, il completamento del gasdotto TAP, che consente all’Azerbaijan di fornirci la materia prima, è stato accompagnato da proteste vivaci di una popolazione locale agguerrita e istigata da politici regionali e sindaci del tutto ignoranti in materia e che hanno paventato danni ambientali e conseguenze nefaste per la salute pubblica.

Nel 1987, sull’onda emotiva dell’incidente nella centrale ucraina di Chernobyl, fu indetto un referendum per dire “no” all’energia nucleare. Vinsero i contrari e da allora l’Italia è rimasta priva di strategie alternative. Nel 2011, un altro referendum bloccò definitivamente il tentativo dell’allora governo Berlusconi di riattivare la costruzione di centrali nucleari. Nel frattempo, abbiamo dovuto legarci ancora più saldamente alla Russia di Vladimir Putin, dato che non abbiamo puntato su altre vie. E il 10% dell’energia la importiamo dalla Francia, che la produce grazie alle sue 54 centrali nucleari. E così, i francesi stanno affrontando molto più attrezzati di noi italiani la crisi energetica. L’inflazione transalpina è salita al 3,6% a febbraio, nel nostro Paese al 5,8%.

La logica dei “Nimby” (Not in my back-yard, non nel mio giardino) ha alimentato gradualmente la crisi energetica italiana. E non si è trattato di ambientalismo, bensì di stupidità collettiva: importare gas ed energia nucleare dall’estero non ha ridotto minimamente l’inquinamento globale (anzi!) e neppure i rischi per gli italiani, essendo circondati da stati dotati di centrali nucleari fino a ridosso delle nostre frontiere.

Una politica che ci ha reso sucubi di altri Stati, incapaci di prendere le nostre decisioni e sovrani, in quanto dipendente per la nostra stessa soppravivenza da paesi terzi.

Oggi, tutti rimproverano agli altri di essere stati filo-putiniani, ma nessuno rimprovera a sé stesso di avere costretto il sistema Italia a recarsi a Mosca con il colbacco in mano per non restare al freddo e al buio.

Una delle nazioni del G7 ha vissuto negli ultimi 35 anni nella vana speranza che gli altri producessero, inquinassero e ci fornissero materie prime a basso costo e garantite per sempre. Siamo finiti col pagare l’energia circa i due terzi in più della media europea, a rendere le nostre imprese meno competitive, a distruggere posti di lavoro, ad azzerare la ricerca che ruotava attorno al nucleare e a dipendere dagli altri, anche quando sul piano geopolitico fossero distanti e oltre una nuova “cortina di ferro”.

Il disastro che viviamo in questi giorni è stato avallato e benedetto da noi popolo italiano: oggi sbuffiamo dinnanzi al distributore di benzina e abbiamo paura di scartare la bolletta della luce o del gas ma è la logica conseguenza dellenostre scelte del nostro Not in my back-yard, non nel mio giardino.

Abbiamo direttamente provocato le grandi immigrazioni di massa dai paesi africani dove le nostre multinazionali, senza alcuna attenzione per l’ambiente e per gli indigeni, perforano trivellano, scavano miniere per portarci a noi il nostro benessere. Ma tutto questo lontano dal nostro giardino e dai nostri occhi.

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