Rd Congo: un anno di stato d’assedio, più vittime che mai

militari congolesi

Esattamente un anno fa, il 6 maggio 2021, il governo della Repubblica democratica del Congo istituiva ufficialmente lo stato d’assedio nelle regioni orientali dell’Ituri e del Nord Kivu, province afflitte dall’insicurezza perpetrata da decine di gruppi ribelli e islamisti. A un anno dall’instaurazione dello stato d’assedio i risultati sono contrastanti: secondo il Kivu Security Barometer il numero delle vittime dei conflitti armati è quasi raddoppiato, in un anno sono stati uccisi più di 2.500 civili. Il primo ministro Jean-Michel Sama Lukonde sostiene che questa misura abbia consentito di ridurre la zona d’azione dei ribelli, un progresso che tuttavia non ha permesso al governo di revocare lo stato d’assedio.

Martedì scorso l’Assemblea nazionale, a Kinshasa, ha adottato il ventitreesimo provvedimento che proroga lo stato d’assedio in quelle regioni e mercoledì il presidente congolese Felix Tshisekedi ha presieduto un incontro per valutare l’efficacia di questi provvedimenti, sempre più criticati da società civile e stampa.

Il testo, approvato dal Parlamento ma non votato dai rappresentanti di Nord Kivu e Ituri, proroga lo stato d’assedio al 20 maggio: questo significa che prima del 15 giugno si dovrà svolgere una tavola rotonda per decidere sul futuro di questo provvedimento e su cosa fare nelle due province colpite maggiormente dall’insicurezza.

Secondo Radio Okapi il capo dello Stato congolese aveva annunciato, mercoledì scorso, che prima della fine dell’attuale sessione parlamentare sarà organizzata una tavola rotonda sul futuro dello stato d’assedio. L’incontro di mercoledì ha riunito, oltre a Tshisekedi, il primo ministro Sama Lukonde e alcuni membri del governo, i gruppi di deputati nazionali del Nord Kivu e dell’Ituri e alcuni alti ufficiali delle Forze armate e agenti di polizia.

All’inizio di aprile, nella regione dell’Ituri, si è aggiunta all’insicurezza anche un focolaio di peste bubbonica, che preoccupa molto le autorità sanitarie locali anche per le difficoltà di operare in zona.

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